Storie

Essere Figlia

26 Maggio 2018
Raffaella Arnesano

autore:

   

Essere Figlia

La storia di mia mamma parte da lontano, dalla mia nascita, e da allora la malattia l’ha trattenuta per sempre, in una zona d’ombra che c’ha portato via il tempo buono, quello spensierato e dolce dell’infanzia. La normalità per me e mia sorella era vedere mamma in ospedale; la normalità per noi era prenderci cura della casa, ricordarci delle scadenze e di una serie di cose che poco hanno a che fare con i bambini e il loro mondo. Io forse bambina non lo sono mai stata, non ne ho avuto il tempo. Quando una mamma, la tua mamma, combatte contro una malattia, un cancro, devi crescere in fretta e pregare che nulla le accada.

Tutta la mia vita è stata vissuta con un senso d’ansia con una consapevolezza estrema del tempo che passa e con la paura di perdere lei che era, ed è, la mia vita. Per me la normalità era la donna con un seno solo, era una cicatrice sul lato destro, vicino al cuore; ed io sapevo che quello era il luogo del suo male. Non ho mai associato il seno alla bellezza, alla sensualità, alla maternità ma solo al dolore; ho negato, a lungo, la mia femminilità, l’ho strizzata per lungo tempo in una fascia elastica nascosta sotto delle magliette larghe e senza forma: era davvero tutto in salita. Eppure lei, la mia mamma, ha sempre rappresentato per me la gioia di vivere e la forza di farcela. Una forza dimostrata anche quando il cancro al seno è comparso e lo ha fatto il giorno della mia maturità. Lo ricordo bene quel giorno: tutti i figli aspettavano l’esito con le loro mamme, tutte tranne me, perché lei era in attesa della sua diagnosi, che arrivò  dolorosa e difficile. Eppure quel giorno, che sarebbe dovuto essere di spensieratezza e di allegria diventò subito “blu cobalto”, buio e pieno di dubbi. Fortunatamente avevo i miei colori e la mia passione per l’arte che mi soccorre sempre nei momenti più difficili: dipingere è una passione, è una terapia che mi aiuta a restare lucida e a continuare a sperare.

A 20 anni decisi che era arrivato il tempo di “prendere le distanze”, no non da lei, ma da quella vita dettata dalla malattia; avevo bisogno di confrontarmi e andare via: avevo bisogno di vivere. Così, con uno sforzo incredibile, lascia casa e andai , prima a Roma e poi in Spagna. Anche quelli furono anni di lotta e ribellione, di sensi di colpa e di voglia di riprendermi la mia esistenza e il mio nome. Non è semplice fare pace con se stessa e ritrovare la tua dimensione e serenità. Poi è arrivato all’improvviso l’amore buono, quello che ti nutre e ti fa sentire speciale e con lui il primo dei miei tre figli. Che emozione scoprire che il mio seno potesse fare crescere il mio bambino, che in fondo, non era solo “il luogo del male”, ma che sapeva accogliere anche il bene. Avevo, all’improvviso fatto pace non solo con me ma anche con una parte di me che fino ad allora avevo negato. Fatto pace con il mio corpo, ho deciso di tornare da lei, da mia mamma, per restituirle sua figlia e la gioia di essere nonna. Oggi mia madre ha superato il cancro al seno, è purtroppo in dialisi, ma noi siamo insieme e non ci arrendiamo. Io nel frattempo vivo a pieno la mia vita, cresco i miei figli, ho preso l’abilitazione per insegnare e spero presto di realizzare il mio sogno: fotografare le cicatrici e le anime delle donne che hanno avuto un cancro al seno. E comunque: grazie mamma.