Con lei devo essere sincera
Quando nacque Natalia pensai subito che avevo tra le braccia il mio tesoro, tutto l’amore del mondo racchiuso in un esserino così piccolo e semplicemente meraviglioso, perfetto. Potevo guardarla per ore e ore senza stancarmi mai, la tenevo in braccio annusando il suo profumo di latte e bontà: che bella la vita, che bella la mia vita. Natalia cresceva curiosa e piena di fiducia, allegra e gioiosa. Quando la piccola compì i suoi 5 anni pensai al secondo figlio ma prima di affrontare una gravidanza volevo accertarmi che questa “pallina” che sentivo nel seno non fosse nulla di grave. Dunque chiamai un centro specializzato dove mi consigliarono di fare un’ecografia la cui lettura da parte del medico terminò con un “signora ci rivediamo tra un anno”. Per fortuna andava tutto per il verso giusto, nessun impedimento alla mia gravidanza. Presto un nuovo cuore iniziò a battere dentro di me. I primi mesi trascorsero tra nausee e capricci ma furono comunque sereni. Natalia faceva continue domande sull’arrivo del piccolo ed io e mio marito eravamo sempre alla ricerca di risposte creative e convincenti. Scoprì che spiegare il mistero chiamato vita ad una bimba di cinque anni non è facile. Presto ci dissero che era un maschietto e cominciò il periodo del “cerca il nome adatto”, dopo una serie di ipotesi e lunghe concertazioni arrivammo a “Mattia”; Mattia e Natalia: sì mi piace. Passavano i mesi, la mia pancia cresceva, crescevano le emozioni e anche il mio seno che mi faceva sempre più male, così tanto male da farmi andare più volte al pronto soccorso. Puntualmente mi dicevano “Signora stia tranquilla, è il seno che si prepara”, ma quella spiegazione non mi lasciava tranquilla: stavo male e nessuno mi prendeva sul serio. Due giorni prima del parto ricordo le discussioni tra il senologo, che mi voleva fare partorire prima e il ginecologo che non trovava il senso di questa ipotesi: insomma nessuno mi portava una soluzione definitiva, nemmeno a due giorni prima della nascita del bimbo. Mi curarono una mastite inesistente e tirai avanti fino alla data del parto: Mattia arrivò il 22 gennaio, era sano e bello, che sollievo. Io avevo sempre i miei dolori al seno da gestire così mi trattennero in ospedale per somministrarmi una cura antibiotica endovena per curare ancora una volta la mia “mastite” resistente. Ritornai a casa in cerca del mio nuovo equilibrio, abbracciai Natalia e incominciai la mia nuova avventura fatta di pianti e pannolini da cambiare, di lacrime da asciugare, di pasti frugali da preparare, di notti insonne e di turni da rispettare. Una mattina qualunque mi sorprese una telefonata dal reparto di senologia dell’ospedale, una voce di donna mi comunicò la data per una visita di controllo: sabato 3 febbraio. Ci andai da sola a quella visita, convinta che presto avrei ripreso il mio ruolo di mamma e moglie. Quel giorno mi prescrissero delle analisi specifiche da fare con urgenza il lunedì successivo e di conseguenza una biopsia. Chiamai Cristian, mio marito e gli dissi tutto, tutto di un fiato, gli comunicai tutte le mie preoccupazioni ma lui mi rassicurò con un “ma che cosa vai a pensare?, stai serena, torna a casa e non pensarci più”. La biopsia fu fissata per il giorno 7 febbraio. Quando arrivai nel reparto mi fecero prima una mammografia e poi decisero di procedere con la biopsia. A quel punto compresi che qualcosa davvero non andava altrimenti perché effettuare un’indagine invasiva? A quel punto io e mio marito comprendemmo che qualcosa avevano individuato e che quel qualcosa non era nulla di buono. In vista del nostro appuntamento previsto per il 12 febbraio, Cristian recuperò, qualche giorno prima il referto della biopsia e venne messo al corrente di tutta mia situazione. Non mi disse nulla, in cuor suo sperava ancora che avessero sbagliato e che il 12 febbraio il dottore non avrebbe confermato l’esito della diagnosi. Purtroppo non fu così avevo un carcinoma mammario di sette centimetri. Quel giorno ricordo che piansi tanto; non riuscivo a immaginare cosa sarebbe accaduto e come avrei fatto ad affrontare la mia vita e i miei figli. Quella sensazione di paura mi restò dentro per circa un mese ma poi metabolizzai il tutto e compresi che dovevo lottare, che dovevo essere “resiliente” e comunque reagire. Così è stato. La fede in Dio e l’amore della mia famiglia mi hanno trasformato in una “guerriera” che deve combattere la sua battaglia senza concedersi ai cattivi pensieri “mai abbassare la guardia”, “mai arrendersi alla paura”. Da una Tac successiva evidenziarono anche il coinvolgimento di altri organi dunque il carcinoma non era operabile. Cominciarono durissimi cicli di chemio che ebbero la risposta sperata sugli organi coinvolti ma non sul seno. Quindi dopo circa un anno dalla diagnosi decisero di effettuare una mastectomia totale. Sapevo che la chemioterapia avrebbe provocato degli effetti collaterali sul mio corpo. Mi preoccupavo in particolare della perdita dei capelli, ma non per un fatto estetico, ma semplicemente perché quello avrebbe significato portare all’esterno la malattia, darle un volto. Pensai che prima di ogni cosa e prima dei miei cambiamenti dovevo parlare con Natalia. Certo lo sapevo che non sarebbe stato facile comunicare ad una bimba una cosa così grande, ma con lei dovevo essere sincera. Presi tutto il mio coraggio e le parlai di questa malattia al seno che mi faceva stare male e del fatto che probabilmente avrei perso i capelli. Ricordo che le dissi “amore ma se la mamma non ha più capelli in testa e si mette una parrucca, non va bene lo stesso?, cosa cambia? ”; lei annuì e da allora mi vide sempre o con dei cappellini o con delle parrucche. La parrucca non la trovai mai particolarmente comoda, ma anche questo si supera. In realtà io e Cristian abbiamo deciso di esorcizzare tutto attraverso il gioco: quella c’è sembrata essere la formula più giusta da utilizzare con nostra figlia. E così, in quel periodo, Natalia aveva una bellissima parrucca di Elsa, che le regalò il suo papà, ed io avevo la mia. Oggi il nostro futuro ha scadenze trimestrali rappresentate dalla Tac di controllo. Non nascondo che quando arriva il momento della “verifica” sono in ansia ma non posso abbattermi e quindi guardo la mia famiglia e ritrovo la mia forza




Simona
Ti ricorderò per sempre ,grazie per i tuoi immancabili sorrisi per la forza per il coraggio .Un bacio al cielo💗