Resilienza ed altri espedienti per andare lontano… senza muoversi da casa
Resilienza ed altri espedienti per andare lontano… senza muoversi da casa
#iorestoacasa
“Andare lontano” dice una famosa canzone di Claudio Baglioni uscita, guarda un po’, nel mio stesso anno di nascita. E “andare lontano” è per me come la definizione del vivere, ciò che mi ha tenuta sempre felice, una possibilità calmante, un antistress potentissimo, da sempre. Andare lontano a studiare, andare in Erasmus, andare a lavorare a Roma, tornare al Sud, ma andare a lavorare sempre abbastanza lontano, almeno 100 km per favore; andare lontano a scoprire il mondo, le bandierine sui posti già visti, quelli ancora da vedere, in estate, ma anche in inverno, conoscere, incontrare, andare dove fa caldo quando qui fa freddo e viceversa, e i viaggi per lavoro, per volontariato, al nord, all’Est, al Sud; “Ma come fai da sola?” – “Tranquilli, mi trovo benissimo”. La macchina, la mia “cosa” preferita, ho una macchina grande e solida, non la sposta neanche il vento forte; posso guidare con la pioggia e ho le gomme invernali, se fa un po’ di neve non devo rimanere a casa.
Poi a dicembre inizio a sentire uno strano presentimento, programmiamo una vacanza in Africa ma non sono convinta, non so perché, una voce dentro mi dice di non andare. Prenotiamo, poi disdiciamo, prenotiamo di nuovo e disdiciamo ancora. Sento che qualcosa sta per succedere, l’intuito arriva molto prima delle notizie; a gennaio scoppia il Coronavirus in Cina e inizia la storia che tutti, nostro malgrado, stiamo vivendo.
Andare lontano, ma dove? Viaggi di lavoro cancellati sino a giugno. Dovevo fare un Master a Roma, niente; dovevo fare un ritiro di yoga, la vedo dura. Unica prospettiva: la casa. Obiettivo: contenimento, distanziamento sociale. Non c’è più nessun posto sicuro nel mondo, nessun continente, Stato, città, paesino sperduto. Abbiamo imparato ad usare parole che fanno paura come pandemia, infodemia, zoonosi, zona rossa, zona gialla, quarantena, mascherina, amuchina; abbiamo imparato il nome di cittadine prima sconosciute: Codogno, Vo’ Euganeo, Torricella. “Lontano” è in questi giorni sinonimo della distanza che si deve mantenere tra gli esseri umani; siamo partiti da un metro, poi un metro e mezzo, ma pare che due metri sia ancora meglio. L’ascensore è sconsigliato, meglio le scale. Basta cinema, palestre, solo smartworking: si lavora a distanza, dalla propria abitazione. Lo facevo già prima, ma ora, in questi giorni, non alterno più neanche le riunioni faccia a faccia, quelle per le quali potevo vestirmi, togliermi la tuta, truccarmi, andare lontano. Vicini come non mai sono invece i nostri bambini, appiccicati, stretti, quasi incollati, meglio per un po’ tenerli a casa, per 15 giorni scuole chiuse, ma chissà, forse per un mese: claustrofobia.
Andare lontano, ma come allora. Mi guardo allo specchio e mi chiedo come farò, forse è il momento di lasciarsi andare alla tristezza, alla depressione, al precariato, quella condizione che combatto da una vita, la condizione della mia generazione che sino ad oggi era precariato lavorativo ed esistenziale, oggi diventa precariato totale, non sappiamo cosa ci aspetta neanche dal punto di vista della salute, non lo sapevamo neanche prima, ma ora il nemico è un’epidemia, è dietro l’angolo, è sconosciuto. Ho la soluzione: andare lontano da questa idea, lontanissimo dall’arrendersi. Ho il mezzo più potente che potessero regalarmi, ho la mente, ho la fantasia, è il momento di mettere in campo tutte le risorse che ho, la forza e la resilienza. Servono ora e serviranno ancora di più quando tutto sarà finito.
Sì la resilienza, andare lontano, con la mente. Volare alto, altissimo, sfondare queste 4 mura bianche con dei sogni potenti, andare lontano con la creatività, respirare. È il momento delle idee. Andare lontano, insieme agli altri, non è il momento di isolarsi. Non fa niente se sono uno scorpione ascendente capricorno, se sono nata a novembre e preferisco la solitudine. Questo è il momento dell’ingegno, della tecnologia, degli abbracci telefonici, dei laboratori a distanza, il momento delle amicizie sui social, delle interviste ottimistiche, della pacca sulla spalla virtuale, delle chat dei genitori costruttivi, della gente positiva che trova le soluzioni ai problemi, della società responsabile e unita nel più alto senso di queste parole. È il tempo della musica ad alto volume, di cantare, disegnare, dipingere, di essere gentile, solidale, del sentire un amico lontano e chiedergli come sta, di scrivere una lettera, un racconto, un romanzo, di leggere quei libri che volevamo leggere e di vedere quei film che volevamo vedere, di imparare qualcosa di nuovo, di tornare a giocare. Di trasformare i limiti in opportunità. Andare lontano si può e si deve, sempre. Passerà, lo prometto.






