Un giro di giostra
Quella cosa che ti prende nel mezzo di un pomeriggio d’inverno, mentre sei intenta a preparare i festeggiamenti a sorpresa per un compleanno che sta per arrivare, e all’improvviso ti ritrovi sbalzata dallo scanner del computer (dove componevi in sequenza le foto di una vita) allo “scanner” di uno studio radiologico, che le immagini di quella vita stessa ti fa ripassare davanti agli occhi tutte insieme come in un “film di paura”: questo è per me la malattia.
Il suo arrivo, freddo e tagliente come l’aria di gennaio, ha scombussolato la mia vita come niente altro al mondo: all’improvviso ti tocca riorganizzare tutte le priorità, non te ne frega più nulla di quelle cose che prima ti sembravano ostacoli insormontabili, stai lì e ti chiedi solo “e mo che faccio?”.
Da buona secchiona inizi a studiare: Google diventa il tuo migliore amico, e lo sai che non si dovrebbe, ma cerchi, sondi il web fino alla fine delle particelle elementari, per trovare conforto e non lo trovi mai.
Parli con i medici, tutti, dal primo all’ultimo per cogliere anche le più recondite sfumature nelle loro voci, indizi che potrebbero tornare utili ma che in quel momento ti gettano solo nello sconforto più totale.
E poi la sequela di analisi, prericovero, anestesista, festa rimandata, nascondi tutto ‘ché non si sappia, concentrazione, lacrime di nascosto la sera quando tutti dormono, pensiero fisso.
Arriva la trasferta, la organizzi come fosse una vacanza, tutti devono stare bene, peccato che non sia il viaggio che sognavi di fare da anni.
Il tempo dell’intervento che sembra non passare mai, la faccia e le parole dei medici all’uscita, linfonodi sì, linfonodi no, notte in bianco e nuove conoscenze, e poi finalmente si esce.
Cambi i drenaggi per non pensare all’attesa dei risultati, pulisci casa fino all’ultimo centimetro quadrato per sfogare la rabbia, riparli con tutti i dottori, anche con quelli più lontani.
Quando arriva il risultato e vai a parlare con il medico che deve dare la cura, cominci ad intravedere una luce in fondo al tunnel: ti permetti anche il lusso di fare qualche battutina, tra il caustico e il sollevato, prendi decisioni importanti che ti fanno sentire responsabile, ma non importa, basta che l’incubo sia quasi finito.
A quel punto, con la cura in tasca e una strada con meno ostacoli davanti, torni a casa: sono passati due mesi ma sembrano 20 anni. Ti hanno detto che la cosa più importante di tutte è reagire bene, che lo spirito “si mantenga alto”: ti ricordi allora di quell’albergo sul mare che tanto ti era piaciuto poco prima dell’incubo, vai su Booking, lo cerchi, lo trovi e prenoti quei tre giorni liberi.
Solo davanti al mare tiri un sospiro di sollievo e la giostra ricomincia a girare.



