Interviste

Cura spirituale: ha effetto sulla cura complessiva della persona?

3 Settembre 2018
Serena Mingolla

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Cura spirituale: ha effetto sulla cura complessiva della persona?

Cura spirituale: ha effetto sulla cura complessiva della persona?

Un Master e un hospice per verificarlo

Intervista a Guidalberto Bormolini – Monaco e antropologo, docente al master Death Studies and the End of Life dell’Università di Padova, Direttore del Master “Tutto è Vita”

A Prato, nel monastero San Leonardo, si svolge un Master patrocinato dalla Università di Padova e inserito nell’ambito della formazione medica continua, che tratta temi insoliti per la nostra cultura moderna. Si parla, infatti, di qualcosa che nella nostra società si evita e si scongiura come fosse un evento sempre, ed in ogni caso, inaspettato: la morte.

Prof. Bormolini, cosa sa Lei rispetto alla morte che gli altri non sanno?

L’esperienza che abbiamo fatto con la nostra Associazione Tuttoèvita Onlus rispetto alla morte è soprattutto relativa all’accompagnamento spirituale. Cerchiamo di trasmetterne un’immagine positiva della morte, a differenza di quello che la cultura contemporanea ha diffuso globalmente. Oggi la morte è una sorte di tabù: la gente fatica a parlarne; è esclusa dalle rappresentazioni culturali e dai mass media. L’esperienza concreta della morte di millenni di storia dell’umanità è invece in contrapposizione a questo tabù: la morte fa parte dell’orizzonte della vita, non è un suo opposto ma è uno dei suoi tanti passaggi, forse il più significativo. Attraverso l’esperienza dell’accompagnamento abbiamo elaborato un modo di far cambiare sguardo sulla morte.

Al Master si insegna l’accompagnamento spirituale. In cosa si differenzia da quello religioso?

C’è una distinzione abbastanza chiara anche se talvolta i confini si possono sovrapporre. Nel Master invitiamo rappresentanti autorevoli di grandi religioni: induismo, buddhismo, islam, cristianesimi, che ci raccontano le pratiche spirituali, i riti, le credenze condivise delle religioni classiche. Oggi però, è sempre più diffusa una spiritualità extrareligiosa che ricerca percorsi interiori di senso, soprattutto di fronte alla morte, e che è altrettanto significativa.

Uno dei temi che affrontate è quello delle cure palliative…

Le cure palliative hanno inaugurato una filosofia completamente nuova di approccio alla cura grazie alla quale si cura la persona con i suoi tanti aspetti e non si cura la malattia. Potremmo descriverle con una frase: “curare anche quando non si può guarire”, perché se la malattia non è guaribile, non è detto che la persona non si possa curare. La cura globale comprende anche la cura spirituale.

Quali sono le tecniche di preparazione alla morte?

Sono pratiche contemplative e meditative antichissime che appartengono a tradizioni mediorientali, in particolare dell’India e del buddismo, ma anche alla mistica islamica, ebraica e cristiana. Noi le abbiamo attualizzate e rese non strettamente confessionali, quindi praticabili a prescindere dal credo religioso.

Secondo Lei si dovrebbe parlare della morte ai bambini?

Assolutamente sì, abbiamo sperimentato dei percorsi nelle scuole elementari e nelle scuole superiori in cui si introduce l’educazione alla finitudine e il significato della morte, come da anni si fa per esempio in Inghilterra, con risultati molto positivi.

L’approccio che proponete è un mix tra scienza e religione. Come possono andare d’accordo i due aspetti?

Sino al 1700 i grandi cenacoli di cultura e di scienza sono sempre stati i monasteri. Le due cose si intrecciano: se separiamo la ricerca scientifica dalla ricerca interiore impoveriamo entrambe.

Lei cosa immagina ci sia dall’altra parte?

Quello che cerchiamo di trasmettere con il Master è l’importanza di lasciare spazio al mistero. Sicuramente è sensato pensare ad un oltre; imporlo in modo dogmatico non ha senso dal punto di vista umano, scientifico o religioso, ma anche negarlo non è scientifico e non è laico: una visione laica lascia spazio ad infinite possibilità. Il mistero, quindi, è l’unica categoria che possiamo applicare. All’interno di questo mistero c’è spazio anche per le speranze individuali: bellezza, luce, pace, le immagini donate da tutte le grandi tradizioni sapienziali e religioni di tutto il mondo. In questo mistero, che non vorrei definire con dei confini troppo nitidi altrimenti si priva della sua creatività e della sua poesia, sono convinto che ci sia bellezza e condivisione.

Tra i vostri progetti c’è anche quello di un hospice per l’accompagnamento alla morte. Di cosa si tratta?

Noi lavoriamo da anni sul territorio con un volontariato collegato alle istituzioni sanitarie in cui facciamo accompagnamento spirituale. La stragrande maggioranza delle richieste è fuori dai percorsi religiosi tradizionali, da parte di persone piene di grandi ideali che non si identificano in un credo specifico. In continuità con questo percorso ventennale sul territorio toscano è nata l’idea di creare un hospice che abbia al centro la cura spirituale, nel quale forniremo anche l’assistenza delle cure palliative al massimo livello. Rappresentanti dell’Università di Padova hanno già dichiarato pubblicamente in un recente convegno, che vorranno studiare l’efficacia della cura spirituale sulla cura complessiva proprio attraverso l’hospice che realizzeremo a Prato. Al momento siamo alla fase di progettazione: l’idea è di avere un villaggio di 13 case abitate, incentrato sulla meditazione, in cui vita e morte non sono opposti ma si intrecciano.

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