Interviste

La storia di Nuria

10 Giugno 2019
Raffaella Arnesano

autore:

   

La storia di Nuria

La storia di Nuria

Conosciamo Nuria Arezzi, la fotografa che sarà con noi sabato 15 nel laboratorio di Resilienza Narrativa – Photovoice Experience.

Nuria porta con sé tutti i colori del mediterraneo e la “forza tenera” a cui si adegua chi vive e cresce al sud del mondo, in una terra di contrasti che restituisce bellezza e bruttezza in egual misura, terra che ti allena, fin da bambina, a sviluppare la resilienza.

Nuria quanto condiziona essere cresciuta al Sud?
Sono nata in Sicilia, precisamente ad Augusta e ancora più precisamente in un vicolo di Augusta: Ronco Ferro. Un vicolo piccolissimo dove a crescerti era la comunità delle donne e in effetti Ronco Ferro era chiamato il “vicolo delle bambine”. Amavo l’arrivo dell’estate e i bagni alla “Badiazza”, un’insenatura all’apparenza bellissima ma che in realtà nascondeva lo scarico delle fogne, un luogo proibitissimo dai genitori, ma che per noi bambini rappresentava la libertà assoluta, la via di fuga, la risposta all’attesa. L’inverno ad Augusta era lungo a passare ma per fortuna c’erano le amiche; ricordo le sorelle Marcellino, considerate le più benestanti perché avevano sempre dei giocattoli bellissimi, le sorelle Fazio, le sorelle Amara. Eravamo un gruppo nutrito di bambine piene di gioia e di vitamina D, sempre sotto il sole e quando arrivava la sera ci si improvvisava attrici della “compagnia del vicolo” e con trucchi e stoffe di fortuna si interpretava, si fingeva e ci si esibiva sotto lo sguardo “critico” delle nonne, delle donne e di mamma Margherita che essendo parrucchiera era l’addetta alle acconciature. Alcune volte è venuto a vederci anche un piccolo Roy Paci, anche lui di Augusta ma poiché residente in un altro vicolo, considerato “lo straniero”. Che ricordi.
All’improvviso hai iniziato con il tuo mutismo selettivo e lì il tuo primo cambiamento, me lo racconti?
In realtà tutto iniziò a sei anni, il primo anno di scuola. Che paura tutti quei compagni e la maestra pronta a interrogarti. Certo io mi esibivo nelle sere d’estate, ma quello era un gioco. La scuola no, era la realtà: che paura la realtà. Quindi cominciai prima a balbettare e poi a decidere di non parlare. Ovviamente nel vicolo non c’erano logopedisti e men che meno psicologici. Sì, c’era chi sapeva togliere il “malocchio”, ma a me non servì granché e allora mia mamma chiuse la faccenda con “poi ti passarà”. In effetti a 14 anni mi passò; anche se ancora oggi se qualcosa mi spaventa o qualcuno mi mette a disagio ecco che inizio a balbettare e vorrei non parlare, a volte sparire.
Quando hai deciso di andare via dal vicolo?
Diciamo che sono scappata via, nel vero senso della parola, quando mi innamorai del papà di Francesco, il mio primo e meraviglioso figlio. Avevo 24 anni e una testa che sognava, lui era molto più grande di me, già sposato, bello e dannato, e “femminaro”. Insomma un uomo fuori dalle “regole” del vicolo. Andammo a vivere a Milano ma l’esperienza terminò presto ed io e Francesco tornammo ad Augusta. Non furono anni semplici, ma la vita mi è sempre venuta in soccorso, restituendomi ogni volta qualcosa di bello: il mio compagno di ora e un altro figlio prezioso.
E l’amore per la fotografia?
C’è sempre stato, io ero l’addetta alle foto di cerimonie, compleanni, matrimoni di tutti i miei parenti. Era l’epoca del “rullino” e dunque le mie foto artistiche, fatte di dettagli di sguardi e di anime, venivano puntualmente non capite e scartare. In fondo ogni foto aveva un costo e dunque si preferiva dare spazio alle “foto di famiglia” dove tutti puntualmente di vedevano male e davano la colpa a me. Poi è arrivata la mia prima reflex, la mia compagna di vita e di bellezza, con lei mi sono iscritta a dei corsi di fotografia e insieme abbiamo iniziato a farci incuriosire da volti e mani; dalle anime delle persone e in particolare delle donne. Da qui i miei progetti dedicate alle donne, al loro mondo, al loro singolare modo di vedere la vita, alla loro voglia di rivincita e alla loro paura di non farcela: noi donne siamo “immense” ma spesso ce ne dimentichiamo.

Nuria Arezzi vi aspetta sabato 15 alle ore 16,00 presso Masseria Ospitale a Lecce per il laboratorio di Resilienza Narrativa – Photovoice Experience.

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